PEYONGCHANG XXIII OLIMPIADE

Febbraio 2018

Il Mio Valhalla

Lavorare alle Olimpiadi, per un fonico, è un po’ come andare in Paradiso. 
Ma non come il paradiso della Bibbia o quello della Divina Commedia, dove i giusti vivono in uno stato di beatitudine perenne. È come il Valhol, il Valhalla dei popoli del nord Europa. Qui ci possono entrare solo i guerrieri che nella vita si sono distinti nell’arte delle armi. Al cospetto di Odino i guerrieri si preparano allo scontro finale contro i Giganti.

In questo Paradiso non ci si annoia perché qui i guerrieri possono fare quello che hanno amato fare in vita, combattere e fare a mazzate dalla mattina alla sera, organizzando giostre cavalleresche e combattimenti. Poi al calare delle tenebre le ferite si rimarginano, le membra si ricompongono e i guerrieri ritornano nel Valhalla per banchettare con carne di cinghiale e bere idromele e birra.

E qui a Peyongchang è stato un po’ così. Abbiamo lavorato in condizioni estreme. Le nostre mani si congelavano appena tolti i guanti, il respiro si ghiacciava sul passamontagna e per qualsiasi cosa che normalmente si fa in 5 minuti c’è voluto il triplo del tempo e della fatica, a causa del freddo. Abbiamo vissuto nel nostro paradiso dove non arrivavano notizie dal mondo esterno, a meno di non andarsenle a cercare, e non dovevamo pensare a niente, se non al solo lavoro e godersi al massimo la professione che ci siamo scelti. 
Ricordo facce stanche e talvolta stravolte dei miei colleghi.
Poi arrivò la notte e le nostre ferite si rimarginarono e banchettammo e bevemmo assieme ai guerrieri del Valhalla.

My Valhalla

Working for the Olympics is, for a sound engineer, like the heaven.
But not like the paradise of the Bible or the Divine Comedy, where the righteous live in a state of eternal bliss. It is like the Valhol, the Valhalla of the peoples of northern Europe. Only the warriors who have distinguished themselves in the art of arms can enter there. In the presence of Odin, the warriors are preparing for the final battle against the Giants.
In this paradise you can not be bored because there the warriors can do what they loved to do in life, fight from morning to night, organizing jousting knights and fights. Then, as darkness falls, the wounds heal, the limbs are recomposed and the warriors return to Valhalla to feast on wild boar meat and drink mead and beer.
And here in Peyongchang it was a bit like that. We have worked in extreme conditions. Our hands froze as soon as the gloves were removed, the breath freezes on the ski mask and for anything that is normally done in 5 minutes it took three times of time and effort, due to the cold. We lived in our paradise where no news came from the outside world, and we did not have to think about anything, if not just for work and to fully enjoy the profession we have chosen.
I remember your tired and sometimes distorted faces.
Then the night came and our wounds healed and we feasted and drank together with the Valhalla warriors.

La Campana Sparita

Alatau South Kazakhstan febr 2017


Questa è la tradizionale Campana delle Universiadi. Fabbricata ai piedi delle Alpi svizzere da valenti maestri del bronzo e affidata al tecnologico team del Timing, coloro che sono responsabili delle rilevazioni dei tempi. E non potevano che essere svizzeri, padroni assoluti del tempo e degli orologi fin dal 1750 quando i fratelli Droz iniziarono a costruire precisissimi orologi e mirabolanti meccanismi a ingranaggi. La Campana accordata sulla frequenza armonica di 440 Hz, viene fatta suonare al passaggio dell'ultimo giro e rammenta l'imminente chiusura dei giochi. Viene fabbricata in tre copie, una viene riportata in svizzera, una donata alla FISU e una rimane ad Almaty la città dove si sono svolti i giochi. Ma proprio dopo aver suonato l'ultimo rintocco la Campana sparì. Un'onta che la meticolosa polizia di Talgar, preposta al controllo e la sicurezza, ricorderà per anni. Ma fuggire non si può all'occhio delle telecamere della TV. Così l'imperterrita Commissaria Irina Shetkiv volle visionare i filmati delle gare e sullo sfondo delle riprese di una premiazione scoprì il colpevole, un'addetto alla manutenzione che per una notte intera fu l'unico proprietario della Campana. Furono date al colpevole, in via del tutto eccezionale, le attenuanti, dovute all'irresistibile fascino e all'eccezionale fattura che avevano indotto il vecchio caldaista Tudorov ad appropriarsi del prestigioso manufatto.

Il Vento dell'Est

Alatau south Kazakhstan 2017

Ho ritrovato nelle popolazioni dei sud del mondo un’innocenza che la nostra società ha probabilmente perso. 
Qui all’estremo est, geografico e politico ho ritrovato molto dei sud.
Quell’incanto che mi ricorda l’Italia di quando ero bambino, quella freschezza detonante che si manifesta con una straripante fiducia nei giorni che verranno.
Questo sentimento è covato dagli adulti e manifesto nei bambini.
La loro straripante curiosità per il mondo di fuori, che associano al loro desiderio di futuro e indipendenza. 
Con loro ho visto una gara di sci.
Spesso, qui, sembra di essere come quei soldati americani di cui mi raccontava mio padre, di quando era finita la guerra e anche un po’ in L'argent de poche di Truffaut.
Il Kazakhstan è un altro di quei paesi che mi è rimasto nel cuore…
Buona Fortuna a Voi

I Pittori del Biathlon

Alatau south Kazakhstan Febr. 2017

Nel mondo globalizzato, quando si supera il 30 meridiano c'è ancora qualcosa di nuovo da scoprire. Così, qui nel sud del Kazakhstan, può accadere che durante un avvenimento sportivo oltre agli abituali cameramen e fotografi ci siano i pittori. Figure di un mondo lontano ma integrate nella modernità, immortalano l'evento sulla tela, dipingendo con i colori a olio e i pennelli. Il quadro, capostipite del dagherrotipo che diventò fotografia e solo successivamente fotogramma.

D-DAY

Alatau South Kazakhstan -Febr-2017

Oggi era il D-DAY della nostra avventura in Kazakhstan. Dopo un estenuante e duro lavoro di preparazione. Quattro gare in un solo giorno (poi ridotte a tre a causa delle condizioni atmosferiche avverse). Sulla carta la giornata più difficile oltre che la prima. Nella foto lo stadio di Cross e Biathlon, che concettualmente si presenta come la base Alpha di Spazio 1999, una struttura abitata da umani e intorno il nulla, dolci colline imbiancate a perdita d'occhio fino all'orizzonte e tanti boschi. L'inglese non lo parla nessuno, semmai il russo. Certe volte sembra un posto impenetrabile come quando nevica fitto ed è tutto ghiacciato e i kazaki sono malmostosi e chiusi. Altre volte accogliente con i suoi cieli blu e gli ampi spazi disabitati e i kazaki che sembrano capire tutto quello che dici quando parli in italiano. Con i loro occhi a mandorla da tartari della steppa, fieri e assetati di curiosità rispetto a questi uomini venuti dall'ovest...

Come Finisce L'Olimpiade

Letters from Sochi

Chi di voi si è cimentato a scattare fotografie con la pellicola o chi come me ha vissuto quell'era, sarà incappato almeno una volta nella fotografia sovraimpressa. Accade che per qualche errore meccanico su una fotografia siano stampati due fotogrammi mixati insieme. Queste fotografie si mettevano tra le sbagliate. Eppure la guardavamo con curiosità. Concentrandoci potevamo vedere i dettagli di due momenti differenti cristallizzati in una medesima foto o se volete in uno stesso momento. E ora vi racconto come finiscono le Olimpiadi. Tutto accade in pochi minuti. La gara finisce, l'ultima gara. Un tripudio di voci. Di suoni. Di Musiche. Di colori. Di facce. Poi c'è la premiazione, con l'inno. Finita la cerimonia, la musica comincia ad abbassarsi di volume, poi cessa di colpo. La pista si svuota. Non ci sono più i tifosi, i giornalisti, i cameraman, i tecnici, gli addetti alla sicurezza. Di colpo il luogo è vuoto. Saranno passati 10 o 15 minuti dalla premiazione. Sulla pista rimaniamo una decina sparsi lungo il tracciato, a raccogliere cavi e microfoni e telecamere. Tutto è cambiato e l'incantesimo è finito. Si lavora in un luogo che di colpo è morto, fatto di ghiaccio, ferro e cemento armato. Disumano. Nel giro di poche ore si va i aeroporto. Si torna alla vita reale. Così sono tornato a casa, sono andato al bar, mi sono seduto e finalmente ho bevuto un cappuccino. E sto vedendo doppio. Non sdoppiato, sovraimpresso. Mentre la vita reale mi scorre davanti io continuo a vedere, impressionate nei miei occhi, le immagini di questo mese passato a Sochi. In sovraimpressione vedo ancora tutte le facce delle persone che ho conosciuto. Quando passi tanti giorni e tante ore, e condividi il lavoro, i momenti difficili, le gioie, i pasti, il tempo libero, corri questo rischio. Se hai la fortuna di vivere il momento magico in cui si mettono da parte i sospetti e la diffidenza si trasforma in amicizia allora la fotografia di quei momenti rimarrà negli occhi, sovraimpressa, ancora per giorni. Non tutti sanno che la tecnica di sovraimpressione era molto usata all'inizio dell'era fotografica, prima che fosse inventato il fotoritocco, serviva a mettere vicine, persone che per qualche motivo non potevano vivere nello stesso posto. Mi sale un senso di malessere a pensare che probabilmente molte di quelle persone conosciute non le rivedrò mai più. Ho un senso di malinconia, questo errore di sovraimpressione non si è limitato a un problema ottico, ha preso anche il cuore.

Shooting – Fate Fuoco!!!

Letters from Sochi

Il filosofo Paul Virilio ha scritto a proposito dei rapporti tra I media e la guerra, il legame tra gli strumenti televisivi/cinematografici e quelli bellici, I legamami sulla terminologia: riprendere (in inglese shooting) e sparare (che si dice sempre shooting). Ci sarebbe tanto da dire ma vi rimando a Guerra e cinema. Logistica della percezione Torino, Lindau, 1996. Ora mi piacerebbe sapere se Virilio si è mai trovato a vivere un evento sportivo di interesse planetario. Le similitudini e le assonnanze con la guerra sono impressionanti. E vi racconto un po come si vive sulla pista di bob. Siamo divisi in reparti di nazionalità diversa, con compiti diversi. Il campo di battaglia è la pista dove ognuno ha I suoi interessi. E’ questione di sopravvivenza, se sbagli il lavoro, non sei alle poste, te ne torni a casa senza paga e non verrai richiamato al prossimo evento. E’ la regola. La pista è lunga 2 Km e ci lavoriamo in circa 100 Tecnici con esigenze e priorità diverse. Vediamo le formazioni in campo: Svizzera: si occupa dei tempi, è neutrale, I loro cavi passano inosservati per vie segrete e portano I risultati ai giudici. Grecia: si occupa della logistica ed anch’essa neutrale. Italiani Video: si occupano delle riprese video e sono alleati degli svedesi che forniscono le regie. Sono in amicizia con I tecnici audio italiani per spirito di appartenenza. Americani (telecamere robot, remotate e speciali): dettano legge e non sono alleati con nessuno. Tecnici Audio Italiani: sono alleati con gli audio Russi e amici dei Video italiani Oggi il mio reparto ha avuto oggi uno scontro con gli americani. Domani c’è la gara più importante e loro voglio farci arretrare I microfoni che abbiamo avanzato per riprendere meglio il suono. La loro esigenza di avere riprese in campo largo si scontra con la nostra di avere un suono più presente. Si passa a una situazione di guerra fredda. Ma se arretriamo siamo finiti, andremo a casa senza paga e licenziati. Lo stesso vale per loro. Iniziano le scaramucce sulle pista tra ruoli omologhi, assistenti vs assistenti, fonici vs operatori. Situazione tesa e in stallo. Iniziano le trattative diplomatiche. Angelo, vai tu che sei tranquillo… mi dicono… – Non possiamo arretrare ci devi capire… bla bla bla. – Dovete arretrare! – Non arretriamo, mi spiace – Non avete scelta! – Si, non abbiamo scelta, dobbiamo rimanere dove siamo – Arretrate!!! – Lo abbiamo già fatto, dovremmo essere gia molto piu avanti. – Dovreste essere indietro invece. – (Poi ci giochiamo la carta alleati) per I cameramen italiani e gli svedesi le posizioni sono ok e anche per I russi – non ce ne frega, arretrate! – noi non ci muoviamo di un centimetro… – (e poi una frase che io ho capito così, forse me la sono immaginata, comunque il senso era questo) ci sono le nostre portaerei sul mar nero, se non arretrate vi bombardiamo… La trattativa fallisce ma entra in gioco un reparto dislocato e remoto che si occupa della qualità del prodotto, sono inglesi. Parte un seconda trattativa diplomatica e gli inglesi mettono tutto a posto. Si arriva a compromessi e reciproci accorgimenti tecnici. Perdiamo in tutto, facendo la somma, 7 metri. Poteva andare peggio. Alla fine all’ombra della Union Jack torna il sereno, si sancisce la pace. Vecchi equilibri e ruoli nazionali che si rispecchiamo in questo mondo parallelo. Si beve un caffe e si siglano gli accordi con una stretta di mano, domani, necessariamente, dovremo mettere da parte I contrasti. Possiamo solo fare bene, facendo tutti bene. Si vince tutti insieme o si perde tutti. Oggi piove, ci si muove con le cerate. Al campo base ci sono I vari container che fungono da uffici. Di fianco passano plotoni di cameramen con le tute verdi , di tecnici vari con I colori del loro reparto, vanno a pranzo nella tenda ristorante. Gli svizzeri cronometristi con le loro tute rosse hanno gia finito di mangiare e tornano a lavoro. Le strade sono piene di fango e camion e furgoni passano senza sosta uno dietro l’altro carichi di attrezzature, di uomini e di cocacola. Ai lavorarori locali regaliamo le sigarette e la cioccolata, com mi raccontava mio padre facevano gli americani nell’italia della liberazione, ma non è il 25 aprile. Il capo dei Korps Americani con la tuta marrone e gli stivali, affacciato alla porta col sigaro e un caffe in mano mi saluta, ormai siamo amici, anzi “alleati”, mi sorride, mi fa segno di forza con il pugno chiuso della mano e in un italiano stentato mi dice: Engilo… domani sarà il guera!!! Aridaje

Questa Sera Tutto Deve Funzionare!!

Letters from Sochi

 Le gare volgono al termine e ci prepariamo all'ultima gara di Bob a 4 maschile. È uno degli eventi di punta di queste olimpiadi. Per gli americani è un po come Superbowl delle olimpiadi. Per quella sera sera tutto dovrà funzionare. Qualche giorno fa controllavo la posizione dei microfoni, l'allenatore del Team Russia che ispezionava anche lui la pista, per controllare le condizioni del ghiaccio, mi si è rivolto in perfetto italiano. Mi ha detto, "questa sera tutto deve funzionare"!!!. Abbiamo lavorato ognuno per conto suo e ci siamo ritrovati alla fine del tracciato e abbiamo scambiato due chiacchiere. Si chiama Walter. Quando ci incrociamo sulla pista, mi chiede: "come sei messo? questa sera tutto deve funzionare! -"Si", rispondo, "tutto deve funzionare"!!! Così sono iniziate le gare di luge, meglio conosciuto in italia come slittino e alla fine la Russia è arrivata seconda (la Germania era imbattibile) togliendo l'argento all'Italia del campione Zoeggeler che è arrivata terza. Poi nella gara della staffetta l'Italia è scivolata al 5 posto sempre a causa di una forte Russia che ha rivinto l'argento. Walter mi dice che di più non si poteva fare, che la Germania era troppo forte e che forse tra 4 anni, lavorando sodo, potranno pensare di batterla. Questo allenatore, da giovane, quando era un atleta di slittino, ha vinto il Campionato Europeo, la Coppa del Mondo, e la Medaglia d'oro alle Olimpiadi di Sapporo nel 1973. E ha vinto anche il Campionato Italiano, perché Walter è italiano. Tra le migliaia di giovani che negli ultimi anni hanno lasciato l'Italia c'è anche Walter, a sessant'anni si è fatto la valigia e se ne andato in Russia. Il suo paese alla deriva e la sua federazione sportiva allo sbando se lo sono lasciato sfuggire con troppa sufficienza e lui per amore del mestiere se ne è andato e ha tolto due medaglie Olimpiche alla patria natia. Ciò che si lascia andare spesso è perso, Walter non veste più l'azzurro ma una tuta celeste della Rossijskaja Federacija, la Federazione Russa. Una vita spesa a perfezionare il suo lavoro, giorno dopo giorno e dopo giorno, perché le cose funzionino al meglio e per farsi trovare sempre preparati, non domani o dopo domani o tra un mese o tra un anno ma questa sera, perché è proprio "questa sera che tutto deve funzionare".

YOU CAN CALL ME ANGI

Letters From Sochi

Frank era un microfonista sloveno, molto bravo e molto burbero. Mi insegnó molto su come si possono microfonare i trampolini di Ski Jumping. "Sei finito male", mi dissero a Torino 2006, perché sarei stato il suo assistente. Frank si presentò senza la divisa ufficiale, con la barba lunga e con una giacca sportiva vecchia e démodé. Mi parlava poco ed era contrariato, l'ultima cosa che voleva era un assistente italiano e inesperto. Io apprendevo guardandolo e lavoravo copiando. Praticamente non parlavamo. Frank fu felice del mio operato e nel giro di pochi giorni il suo atteggiamento cambiò radicalmente. E capii che ero finito bene. Il giorno della prima gara si presentò con la barba fatta e la tuta ufficiale. Si avvicino e mi disse: Niet MrFrank, you can call me Frankie! Quando sono arrivato a Sochi, mi sono presentato con la tuta di Torino2006. Vecchia e fuori moda. Mi ha emozionato indossarla ancora, dopo otto anni. Avevo una voglia pazza di mettermi a lavoro e l'ultima cosa che volevo era portarmi dietro la zavorra di un assistente russo e inesperto. Questo ragazzo che si chiama Daniil, mi chiama Mr Galeano, è davvero in gamba, apprende in fretta e in pochi giorni ha imparato addirittura molte parole italiane. Credo che tra 3 anni al massimo diventerà più bravo di me. Così il giorno della prima gara mi sono rasato la barba, ho indossato la divisa ufficiale e con Daniil sono andato sulla pista. Prima di iniziare gli ho detto: Niet Mr. Galeano, you can call me Angi. È stato li che ho avuto una specie di déjà vu, mi sono ricordato di Frankie e mi si è riempito il cuore di gratitudine.RichText.

NUMERO 27

Letters from Sochi

Lavorerò con questo numero!!! Ritornare alle Olimpiadi è uno dei sogni della mia vita. Quando a dicembre sono stato male ho temuto davvero di non farcela a partire. La diagnosi non era chiara e i sintomi poco rassicuranti. E ho pensato di avere perso l'opportunità. Mi ricordo, anni fa, che mi aveva colpito la storia di Emerson, un calciatore che giocava nella Roma e che mi piaceva tanto. Il giorno prima di partire per i mondiali si era fatto male in allenamento e non era partito e poi il Brasile aveva vinto i mondiali di Korea/Giappone. Pensai che era stata davvero un'ingiustizia per un campione come lui. Sempre quell'anno Roberto Baggio si era fatto male ma era riuscito in un miracoloso recupero lampo grazie a tanto esercizio e a tanta forza interiore (poi il Trap lo lasciò a casa e l'Italia uscì nella fase iniziale). Così ho sperato anch'io in un recupero lampo e sono stato fortunato. Avevo giusto un mese per recuperare e sembrava davvero pochino. La notte dormivo poco e ogni tanto qualche infermiere si fermava a parlare e mi dava speranze. Poi poco alla volta sono migliorato, appena in tempo. E il 2 ero completamente ristabilito e pronto per partire. Tra i numeri disponibili quando sono arrivato a Sochi, c'era il 27 e l'ho scelto. Era il numero di Gilles Villenueve, un pilota della Ferrari di cui ero un grande fan..

Mike Stand

Maggio 2010

Eravamo nell’appartamento di Tokyo che la produzione aveva affittato per un documentario da girare in Giappone.

Higashinakano si chiamava la via di quel fantastico posto che non scorderò mai.

Aspettavamo Jeff.

Era un americano che aveva deciso di vivere li e di lavorare nelle produzioni televisive.

Era grazie a lui che avevo avuto il lavoro, anche se indirettamente. Forse Jeff aveva bisogno di soldi e di lavorare o forse era un mitomane, fatto sta che si era spacciato fonico e dopo due giorni, la truppa, che era italiana, aveva scoperto che in realtà lui non era un fonico. Per non perdere altro tempo prezioso avevano pensato di chiamare direttamente me dall’Italia e andare sul sicuro.

Ora Jeff era stato arruolato con la nuova mansione di runner. Aveva un’auto sapeva guidare a destra e si orientava bene per la città. Quel giorno però era in terribile ritardo. I minuti passavano e la giornata rischiava di saltare, il produttore malediceva di averlo ingaggiato per la seconda volta.

Ricevemmo una telefonata dalla stazione della polizia locale che ci chiedeva se conoscevamo un tale Mike Stand che era stato fermato alla guida di una bicicletta e diceva di essere un nostro amico. Strana telefonata.

Ci volle ancora qualche minuto per capire che forse si trattava di Jeff. Quella mattina Jeff era stato fermato dalla polizia mentre era in bici. Una colossale barriera lingustica Inglese/Giapponese era stata fonte di un equivoco. Jeff non era stato in grado di spiegare che la bici gli era stata prestata (in Giappone ci sono controlli sulle biciclette che sono targate) e per questo era in stato di fermo. Aveva, in vano, cercato di spiegare che trasportava un’asta microfonica (Mike Stand) per un documentario e la polizia a quel punto pensò di avere arrestato un costituito Mike Stand.

Jeff, o Mike, come preferite, si era poi giocato l’unica telefonata permessagli chiamando la produzione del documentario che invece di tirarlo fuori dai guai lo aveva disconosciuto.

Da quel giorno Jeff divenne Mike Stand.

Mi hanno raccontato che durante il terribile Tsunami che si verificò l’11 marzo 2011 e che distrusse la costa est della regione di Tohoku, Jeff, abbia portato aiuti e trasportato superstiti in salvo con la sua macchinina.

E’ diventato una specie di eroe.

Mi immagino una sua statua commemorativa, immagino che in una mano abbia un’asta microfonica e nell’altra le chiavi della macchina. In memory of the American Hero: Mike Stand!

Digiuno

Agosto, 2010

Nel deserto ex mare di Aral in Kazakhstan avevamo avuto qualche problema con i runner locali. Si erano mangiati tutti i viveri durante le riprese. Il produttore aveva provato a fare la voce grossa ma c’era poco da fare, loro erano poveri e affamati e noi dovevamo girare nel deserto 3 giorni e possibilmente tornare indietro. Andammo avanti con le riprese mangiando i biscotti avanzati. Il terzo giorno sorvolammo buona parte della regione e tornammo in aereo a Almaty la seconda città più grande del paese. Chiedemmo al tassista di portarci nel posto più vicino a mangiare. Guidava calmo, ci raccontò che Almaty significa città dei frutteti ma in quel frangente non ce ne fregava tanto. Ci portò all’unica Steack House della città. Gli avventori erano ricchi studenti, vestiti di tutto punto che frequantavano la vicina univerità. Eravamo sporchi, puzzolenti, e pieni di polvere e terra ancora con i vestiti da lavoro addosso. Ordinammo in maniera confusa le cose piu svelte da preparare. Ricordo un assistente che indicava i piatti sul menu chiedendo: “how many time for this”, gli tremavano le mani, tremava tutto. Non mangiavamo un pasto vero da giorni. Finalmente mangiammo come assatanati. I ricchi rampolli ci guardavano con curiosità e disprezzo.

Mangiammo come bestie per un tempo che sembrò lunghissimo. Senza parlare e senza bere. Quando i piatti furono puliti e iniziammo a sorseggiare le birre, riprendemmo a parlare, a sorridere e scherzare. I tratti del volto erano tornati distesi e coloriti. Durò meno di mezz’ora. Iniziammo a vomitare. Avevamo mangiato troppo e troppo in fretta.

Tutta colpa di Skype

ultima spedizione del documentario 2009

La situazione fuori era difficile, ma dentro la base militare operativa dei Carabinieri a Sarajevo era una specie di oasi. Prati verdi tagliati, palestra, sauna, pizzeria, stanze singole. Mi trovavo li per un documentario. Rivolgendomi al cappellano militare esclamai: "certo che qui è un bel casino". Lui mi sorrise e con tono pacato mi rispose: "mi fa piacere che hai colto, vedi, è tutta colpa di Skype. Prima di Skype era tutto diverso, il ristorante era pieno e si faceva vita di comunità, la vera vita di comunità. Skype è stata una rovina. Ora i soldati si comprano la pizza e corrono in camera a parlare con la fidanzata. Sono su Skype, sempre su Skype, sempre,  a tutte le ore". Poi con rabbia finì il gelato che stava mangiando e mi salutò. Io per casino intendevo quello che c'era fuori dalla base: la fame, la miseria, i malati, gli orfani, l'odio etnico palpabile ovunque, i cecchini, le bombe, i morti. Non ero un militare e di guerra evidentemente non ne capivo. Il nemico era Skype.

Ayrton Senna da Silva

inverno 2010

Durante un lavoro per l'UEFA, un calciatore brasiliano che giocava in Italia e che frequentai assiduamente nei due giorni di lavoro, parlava sempre di un santo che lo proteggeva dal cielo. L'ultimo giorno mi mostrò la foto di Ayrton Senna. Il santo era lui. Qualche anno dopo andai a lavorare in Brasile e li ho capii che Senna è considerato davvero un santo, come quelli che si venerano nelle chiese. Esistono dei santini con la fotografia del pilota che si tengono nel portafogli e hanno il potere di proteggere chi li porta con se.

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